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Da Anima ad Anima (dialogo tra un albero e una fanciulla)

Non ho bisogno di parole e nemmeno riesco a dirne, dopo la costante salita che mi porta al Colle.
Ma un pò questa fatica scarica la mia tensione.
Non salgo nemmeno al Faro della Vittoria: conosco bene il panorama di Torino e oggi sono qui per un’Anima soltanto. Appoggio la schiena al tronco solido e immenso di Tharot, il muschio dolce ammorbidisce il contatto. Una strana sensazione fresca parte dalla corteccia e si esprime da metà schiena fino al coccige. 
Mi accosto ancora di più al familiare legno.

"Cerchi ancora protezione presso il mio tronco. Ma adesso sei Cresciuta così tanto…"
Le sue parole arrivano sempre luminose e complete. Interiormente quel “Cresciuta” prende migliaia di aspetti e forme.

Sto male.
"Ascolta la voce del vento. Non pensare. La realtà è quel respiro che hai sentito mille volte, quanto chiedevi -Perché io?-, non i tuoi pensieri. Non tutte le tue pene".

Chiedo di una persona. Mi manca.
"Soffriresti la sua lontananza comunque, anche se fosse vicino. Lui deve imparare che ciò che perde non sempre si ritrova. E tu eri l’arma più importante per questo: perché sai ancora accogliere".

Non hai mai paura di sbagliare? Chiedo, fissando lo sguardo sui fili d’erba che danzano nel vento. 
Ed ecco che subito dopo, una stupenda farfalla mi passa sotto il naso, giocosa.
"No. Servirebbe a qualcosa la paura? Hai già dimenticato le parole che ti ho detto l’ultima volta che sei stata qui? 
Non avere paure”.

Non è possibile non avere paure, Tharot: i tempi di quando eravamo impavidi guerrieri sono finiti. 
Questa è un’altra Era.
"Ah sì? Mi risulta che in tutte le vite tu non abbia fatto altro. Lottare è il tuo Destino".

Cosa devo fare?
"Respira. Sei nella terra. Sei dove ti piace di più. Perché ti preoccupi?"

Perché non ce la faccio.
"Stai diventando astuta a cogliere i segnali. Non hai forse preso una pietra, lungo il cammino, venendo qui ?"

Silenzio. Conosco il significato di quella pietra, incontrata per “caso” sulla via che mi porta alla Maddalena. 

"Parla con me. Dammi il tuo dolore".
Non appena le sue parole si concludono, una minuscola ape (o una strana mosca striata di giallo e nero) si avvicina alle mie gambe. Non ho paura. 
Si appoggia, poi si sospende per qualche secondo nello spazio vuoto tra il ginocchio e la mia mano. Infine, sceglie il mignolo, ci si adagia e cerca di suggere dalla mia pelle. Sensazione di fresco. Qualche secondo e se ne va. Sorrido.
I doni di Tharot sono sempre inaspettati e dolci. Mi lasciano una sensazione di stupore. 
"Va meglio?"

Ora sì. Ma quando andrò via? Mi tornerà quel dolore sordo nel cuore.
Mi coccola col rumore delle sue foglie nel vento. Lo sa che mi piace.

"Non esiste il dolore, Simona.
Non esiste l’odio, non esiste il rancore. Tutto è manifestazione dell’Amore. Ciò che è contrapposto esiste per l’equilibrio dell’Amore. Avete sbilanciato quell’equilibrio e soffrite.
Allora poi tocca a voi Raccogliere, Aiutare. Non ti è nuova questa cosa, vero?”

Ma io sono stanca, sono tanto stanca Tharot.
"Quando ero un alberello piccolo piccolo, già sapevo tutto. Sapevo saresti venuta qui, in questo mondo, per questa vita e sapevo che avrei avuto la fortuna di incontrarti ancora. Troppe parole sono rimaste in gola da quella vita in cui ci hanno separato con tanta violenza. 
Ti ho sentita nascere. Ho sentito nascere Prihole.
Sai con quanta trepidazione ho aspettato che giungessi a questo Parco?
In certe notti di temporali, dove il vento tirava quasi fino a spezzarmi, il tuo cuore lo sentivo più vicino.
Proprio tu, che non credevi nella rinascita. E mi facevo prendere dalle domande: come ti avrei convinto di quel che ero? 
Poi, la svolta. E sei rinata tu”.

Ciò che sta accadendo è qualcosa che non mi aspettavo: io che sono venuta ad aprire il mio cuore, mi ritrovo tra vespe, muschio, formiche giganti e vento ad ascoltare le confidenze di un fratello di qualche vita fa.
È vero: non mi sono mai chiesta, nè ho immaginato come abbia passato lui tutti questi anni.
Continua, gli dico…

"Quando sei arrivata qui, aveva piovuto da poco. Avevi freddo, ma eri connessa. E poi le tue parole, quelle che vibravano all’interno:-Ma io quello lo conosco!-"

Allora mi hai sentita!?
"Io ti ho SEMPRE sentita".

Anche l’altro ieri?
"Sì. Ti avrei voluta qui. Le mie fronde ti avrebbero protetta e amata, come sempre fanno".

Come fai ad essere sempre così in sintonia?
"Tu come fai?…"

Mi accorgo della stupidità della domanda e tacito un’istante nel silenzio, che silenzio non è.
Mi torna in mente, non so perché, la poesia “La sera” di Pascoli. In assoluto la mia preferita. 
Il sole sale e scende dalle nuvole. 
Mi piace. 

Dimmi qualcosa che non devo dimenticare.
"Amati. Tu Ami tutti e non raccogli mai nulla di te stessa. 
Se fai un errore non ti perdoni e se fai qualcosa di giusto non ti premi. 
Amati.
L’altra cosa da ricordare, sembra che te la ripeti già da una settimana”.
Sorrido. 
Non avere paure.
È vero: sembra un Mantra da una settimana a questa parte. 
Una nuvola più grande copre tutto il cielo.

"Freddo?" Sì. "Dovresti andare…"
Sorrido di nuovo. Già mi cacci via?
Si preoccupa sempre così tanto per me. Non vuole che io attenda a lungo l’autobus per dieci minuti in più con lui.
Un’altra ape curiosa si sofferma sul taccuino che ho tra le mani. La lascio fare.
Eh no: non è un fiore, il taccuino. Vola via.
Ora tocca a Tharot sorridere. Conosce e apprezza la mia capacità di parlare col Tutto.
É grazie a questa capacità che sono qua con lui. 
Prendo il cellulare e guardo l’ora: le 18. È più di un’ora e mezza che sono qui.

"Vai". Dice con voce preoccupata che tradisce il suo affetto.

Va bene. Vado.
La mia schiena si stacca dolce dal muschio protettivo e sincero di Tharot. Fatico sempre nel momento di lasciarlo. 
Torno presto, lo sai?

Una piccola ape e una mosca vengono a salutare.
"Lo so"…e mi sembra quasi di rivedere quel volto di secoli fa tornare a sorridermi…

Baciuz. Simona

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Meditazioni rasoterra

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Oggi il vento è un alleato sottile.
Adoro il Parco Colonnetti per la semplicità che sa unire un Parco coltivato, con la gentilezza del giardino, l’incoltura, della campagna, il profumo del bosco e l’armonia della Natura.
Il sole è gracile ed instabile, oggi, com’è stato un pò per tutta la primavera. Non potendo fare affidamento su di lui, per venire qui ho scelto una maglia leggera e la mia felpa verde, adeguata alla morbidezza pungente del vento.
Adoro la brezza tra i capelli: abitua il mio Spirito a sentirsi parte del Tutto. 
Mi fa essere come questi fiori lunghi nel prato, che danzano sicuri la Ballata del Vento.
Mi fa essere come le foglie sugli alberi, che giocano a ricreare il rumore delle onde sulla sabbia. 
Mi fa sentire come lei: questa farfalla color del legno, spruzzata di bianco, che apre e chiude le ali, abbracciata al fiore che la sorregge. 
Qualche metro soltanto ci separa, ma io so che avverte la mia presenza. Sebbene, forse, non comprenda che non alcuna intenzione di andarle a rompere le scatole. Ha chiuso le ali e sembra godersi l’orizzonte, proprio come me.
Ogni volta che mi metto seduta su un prato, mille considerazioni si fanno sentire e e bussano lievi alle porte della Consapevolezza.
Con che coraggio riusciamo a considerarci più grandi di ciò che ci circonda?
Sono qui seduta, a filo d’erba, ad osservare la danza degli steli, quasi fossero un saluto carezzevole al sole. I tronchi morbidi e il fogliame immaturo di due giovani alberi fanno da cornice a questa vastità.
Le formiche salgono caparbie la vallata della mia borsa, per giungere sicure alla piana del mio pantalone. Nono sono molto contente della fatica inutile, una volta riadagiate gentilmente sul tappeto di fiori.
Il sole perdura, per ora, ma gli sprazzi di vento pungente mi assalgono di brividi dolcissimi che partono dal collo e si rincorrono lungo tutto il corpo. 
I grilli cantilenano discordi una nenia che fa sorridere i fiori. 
Sì, sorridono i fiori. E quando sorridono tutto il prato immenso sembra più verde.
Una spiga giovane e bassina sussurra ad un’altra spiga, più piccola di lei. Chissà se si stanno chiedendo come faccio a sentirle. 
Le cornacchie si sono spostate altrove a frotte, ma qualcuna ogni tanto si ricorda di tornare in questa parte di silenzio che non ha silenzio.
A filo d’erba mi è sempre tutto più chiaro.
E torna, ancor meno sazia, la domanda a bussare alla mia porta: con che coraggio riusciamo a considerarci più grandi di ciò che ci circonda?
Perchè siamo più alti di un prato, di un filo d’erba, di un fiore? Ci sarà sempre una montagna o un albero più alti di noi.
Perchè possiamo dominare gli eventi della nostra vita? Per la Natura tutto ciò è una cosa stupida perchè è come trattenere l’acqua tra le mani, anzichè abbeverarsene. 
E questi fiori conoscono bene l’importanza di abbeverarsi d’acqua: il rigoglioso cuore della Madre che li sostiene fa sempre in modo di non fargliene mancare. 
Nessuno resta mai a digiuno dei poteri dell’Amore. Nè piante, nè uccelli.
Ecco perchè Cristo li paragonava a noi in quella parabola (“Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre” Matteo 6,24).
Le gazze mi giocano intorno e m’invitano a rimirarle, con il loro richiamo così determinato. Sono tornate a frotte, adesso che qui è più tranquillo.
Un’ape grassoccia salta morbidosamente di fiore in fiore, ignorandomi volutamente. Non ha tempo da perdere con quella strana creatura che non è un fiore, ma profuma di papavero.
Stranamente non ne ho paura.
Il sole, adesso, è completamente coperto dalle nuvole scure che abbracciano il cielo. Fa un pò più freddo.
Una gazza mi cammina incontro furtiva, ogni tanto sparisce dalla visuale a beccare qualcosa nel terreno. So che non si avvicinerà abbastanza da lasciarsi ammirare.
Il vento si agita più insistente e comincia a pungere, oltre la felpa. E’ ora di andare.
Mi giro alla mia sinistra e la farfalla color del legno è ancora lì: la saluto rispettosamente e mi accingo al ritorno. 

Baciuz. Simona 

Maha Saraswati Stotram (il Mantra per l’ispirazione)



Il Maha Saraswati Stotram è un Mantra di preghiera per la Dea indù Saraswati, appunto.
E’ una delle tre Dee indù più importanti, oltre ad essere presente nei testi Veeda più antichi. Viene spesso associata ad un fiume di cui prende il nome e che ormai non esiste più.
E’ la Dea dell’arte, della saggezza, della conoscenza, della musica e dell’intelletto, oltre ad essere la Dea dell’ispirazione delle altre divinità e degli uomini.
Amatissima sia in India che nella cultura buddista (dove le si chiede aiuto per lo svolgimento di compiti e superamento di prove), Saraswati significa letteralmente “lo scorrere, il fluire”… esattamente come i discorsi, i pensieri e l’ispirazione da lei provocati!
Il Mantra che le è dedicato vede Saraswati come l’ispirazione che viene dalla Verità-Coscienza: ella, tramite l’azione costante dell’ispirazione, riporta alla Coscienza la Verità nei nostri pensieri.

http://www.youtube.com/watch?v=pAVsqGsvqgA

Baciuz. Simona

Maha- Mantra (il Mantra del ringraziamento e della devozione)

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Il Maha-Mantra è uno dei Mantra più conosciuti, riferito alla divinità indù Krishna.
Nonostante sia uno dei Mantra più semplici è considerato anche uno tra i più potenti, giacchè è un Mantra di ringraziamento e di devozione alla divinità che ci concede vita e felicità.

Le parole del Mantra sono:

“Hare Krishna Hare Krishna
Krishna Krishna Hare Hare
Hare Rama Hare Rama
Rama Rama Hare Hare”

Krishna significa “Colui che attrae tutti” e Rama, invece, è “Colui che da’ piacere a tutti”. Letteralmente, la traduzione del Mantra si può leggere in questo modo:

“O Signore che attrai e dai piacere a tutti, o energia del Signore, Ti prego impegnami nel Tuo servizio di devozione”

Il termine Hare è il vocativo di Hari che significa “Colui che ci rubò il cuore”. Una delle più belle leggende indù narra, infatti, che Krishna quando creò l’uomo, preoccupato dal suo Ego, decise di rubargli il cuore (e quindi la Coscienza) e nasconderlo nell’unico posto dove gli uomini non avrebbero mai guardato: all’interno di loro stessi.
E’ un Mantra, dunque, che ci invita a guardare interiormente e, allo stesso tempo, ringraziare la divinità che mette alla prova la nostra purezza d’animo e desiderio di Conoscenza.

http://www.youtube.com/watch?v=4se5MlFKrtk

Baciuz. Simona

Jai Shiva Shambhu (il Mantra del Benedicente)

Shiva è una delle divinità induiste più complesse in assoluto, oltre ad essere uno dei culti principali.
Secondo le teorie più accreditate parrebbe che il “moderno” Shiva fosse, in realtà, il dio vedico (cioè dei primi testi Veda, i più antichi testi pre-induisti)Rudra, chiamato anche “Il Dio Selvaggio”, giacchè era una divinità alquanto instabile, errabondo, più visto come Demone dei luoghi selvaggi che come parte del pantheon di divinità vediche. Sono molti, però, gli studiosi di religioni a non confermare questa ipotesi, dato che Shiva, nella religione induista, perde completamente tutte le connotazioni accreditate al carattere ribelle e prepotente della divinità dei Veda.
Quasi tutti i culti induisti lo vedono a capo della Sacra Trimurti (composta da Shiva, Vishnu e Krishna), ma c’è una corrente particolare chiamata Krishnaismo che vede Krishna come Essere Supremo di Luce e Shiva un’emanazione del Dio.
I suoi appellattivi sono tanti e si sono trasformati nel corso dei secoli, quasi quanto le sue personificazioni: è il più calmo e perfetto tra gli asceti (mahāyogin), ma è anche lo sfrenato e sensuale danzatore cosmico (naṭarāja: uno dei modi più conosciuti in cui viene rappresentato, oggi); è la forza che dissolve e distrugge i mondi(Hara), ma anche quella che li rigenera, li preserva e li sostiene(Nīlakaṇṭha: testualmente “dal collo azzurro”: una leggenda narra che all’atto della Creazione del Mondo vennero immessi nel Creato nettare e veleno. Ma Shiva, per preservare il mondo, ingoiò il veleno che, però si bloccò nella sua gola tramutandola d’azzurro); è il genitore che taglia la testa al figlio (Vāmadeva), ma anche colui che dispensa felicità e benessere spirituale (Śaṇkara).Ed è anche Tryambakaṃ (“Tre occhi”): colui che possiede il Terzo Occhio, simbolo di saggezza e onniscenza.
Migliaia di Mantra gli sono stati dedicati. Il Jai Jai Shiva Shambhu è un Mantra di richiamo alla sua natura più benevola.
Il termine Shambhu, infatti, ha molteplici significati (come spesso capita con i testi induisti) e vanno dal duplice appellativo di “Benedetto e Benedicente”, a “Colui che concede prosperità”, fino ad arrivare a “Luogo di felicità”, dove Shiva non è più la personificazione di un’Entità ma costituisce il Tutto ed è rappresentabile in ogni cosa vivente.In questo Mantra più di una volta viene ripetuto il termine Mahadeva che significa letteralmente “Grande Dio” (è quindi un Mantra che lo vede superiore agli altri Dei).
Il Mantra recita:

Jai Jai Shiva Shambhu
Jai Jai Shiva Shambhu
Mahadeva Shambhu
Mahadeva Shambhu

Che può essere tradotto in:
Salutiamo Shiva Shambhu (con tutte le sue connotazioni positive rappresentate prima)
Onore al Grande Dio Shambhu.

Questo vuole essere quindi un Mantra di richiesta di benedizione, prosperità e felicità, onorando la magnificenza del Dio Shiva.

http://www.youtube.com/watch?v=mxGZMelsISw

Baciuz. Simona

Cosa sono i Mantra? (quando le parole cambiano il mondo)

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Il Mantra (o Mantram in alcune regioni dell’India) è uno dei doni più belli che ci arriva dalla cultura indiana.
La parola deriva dal sanscrito e, come moltissimi dei termini che hanno a che fare con l’India, il suo significato ha sfaccettature molto diverse: “Man” significa mente, pensiero e “Tra” può voler dire sia liberare e proteggere, sia strumento o mezzo. Per contro, i significati possibili sono “Liberare dal pensiero” (e quindi dal chiacchiericcio costante della Mente) e “strumento per la Mente” (ossia l’efficacia benefica del suono delle parole sul pensiero e sugli eventi). 

Il Mantra nient’altro è che una ripetizione di frasi, quasi sempre una preghiera associata ad una divinità e il cui significato cambia a seconda del Mantra recitato: può essere dedicato alla risoluzione di problemi sul proprio cammino, per un senso più profondo di spiritualità, un aiuto richiesto per svolgere un particolare compito e anche per la guarigione fisica (oltre che quella dell’Anima). 
La religione induista non è l’unica ad avere dei Mantra: anche i buddisti ne hanno di molto potenti e persino l’Ave Maria o il Padre Nostro cristiani possono essere considerati tali.

Baciuz. Simona

A filo d’erba

Sai perchè le cose non le capiamo più?
Perchè non ci poniamo più all’altezza dell’erba.
Ci crediamo alti come quercie e non ci rendiamo conto di essere sottili come fili d’erba. Siamo astratti: di noi rimane solo un respiro.
L’eleganza della Natura intorno ci permette di capire che tutto passa e si trasforma. Ma, mentre l’Energia naturale lo fa attraverso il silenzio, noi attraversiamo questa terra con passo pesante. Noi, che meno di ogni altro essere ne avremmo diritto.
Perchè abbiamo a portata di mano tutte le Leggi del Cosmo e non le usiamo. Perchè siamo nati al mondo per essere felici e preferiamo la tristezza. Sì, la tristezza è una condizione mentale, è una scelta.
Ognuno di noi, al mattino, può svegliarsi e scegliere. Ma non lo facciamo perchè abbiamo paura.
Siamo noi a dover imparare, ancora una volta, da ciò che ci circonda, siano essi animali o piante.
Non siamo quercie stagliate verso il cielo, o aquile danzanti. La nostra natura è ancora radicamente saldata al terreno: per questo ci permettiamo di calpestarla, umiliarla e strapparla come facciamo con i fili d’erba.
S’impara sempre dalle piccole cose. E dalle grandi.
Ed io non ho mai visto niente di più sottile e vasto d’un prato rigoglioso.

Baciuz. Simona

L’Amore imparato

Oggi ho visto una coppia tenersi per mano. Avranno avuto 50 anni a testa. Forse anche di più. E si tenevano per mano. Ho pensato ai miei genitori.
Da quando sono nata non li ho mai visti abbracciarsi o tenersi per mano. Si baciano solo in occasione del Capodanno e a malapena si sopportano durante gli altri 364 giorni.
Nelle poche volte che si parlano per più di qualche minuto, ricorrono agli insulti e agli auguri di incidenti, malattie e morte.
E, ogni volta, mi ritrovo a chiedermi che senso ha farsi tanto male. E quanto questo odio abbia influito sull’amore dei loro figli.
Poi ci guardo: guardo me, mio fratello maggiore Rino e la mia gemella Elena e vedo che tutta quella rabbia, quell’odio, quell’acidità (e quel dolore!) hanno prodotto in noi un bisogno nel senso inverso. E così ci ritroviamo a spandere affetto, qualche volta quasi nascosto, altre volte distribuito a piene mani. Abbiamo un estremo bisogno di dare.
Non chiediamo nulla, ma apprezziamo i sorrisi, gli abbracci, i baci che riceviamo.
E non siamo abituati ai complimenti. Ci riempiono il cuore quasi fino alle lacrime e ci fanno ringraziare e benedire per il resto dei suoi SECOLI la persona che ce l’ha fatto. Eppure, ognuno di noi tre sa quel che vale, nonostante i 25 e i 32 anni passati a sentirci fallire e falliti. A causa dei nostri genitori.
Perchè i bambini si sentono sempre in colpa quando i genitori litigano. E quando cresci quel sentore non te lo togli, se non dopo molti anni passati a lavorare su di se’ con paziente Amore.
Ci piacciono le piccole cose, quelle quotidiane che fanno di una normalità mai avuta una cosa speciale. Ci piace l’idea di un pranzo passato a parlare, con la TV spenta.
Ci piace ridere. Rubiamo all’ironia, come un fiore alla terra. Alle volte, ridere diventa una necessità.
O ridere o piangere. Ma piangere non serve, in questa casa: le lacrime si sono sciolte troppe volte su muri inattaccabili di persone ormai spente.
Ridere ci fa restare vivi. Ci conduce sulle ali della Speranza e rimanere saldamente ancorati ai nostri sogni.
E’ vero: il loro rancore ci destabilizza ancora fortemente. Ci fa ritornare bambini, con gli occhi incollati alla TV a fingere di non vedere, di non sentire. Nessun bimbo dovrebbe ricordare certe cose.
Ma il loro odio ci è anche ad esempio: con quello ci misuriamo ogni giorno e ogni giorno scegliamo di essere l’esatto opposto.
Non posso negarlo: mi è mancato terribilmente non avere un padre degno di tale bellissimo epiteto, e mi è mancato non aver mai conosciuto il loro Amore reciproco, che rimane ormai solo il ricordo di una fotografia sul comò. Questa privazione è bruciata sulla pelle per anni e ancora adesso mi commuovo davanti ad un padre che bacia suo figlio, che ride e che gioca con lui. E, allo stesso modo, dalle viscere rigurgita uno spasmo quando vedo di genitori che maltrattano i propri figli. O che urlano
Chi ha passato un’infanzia tra le grida, ama il silenzio che sa trasmettergli la Natura o una casa tranquilla.
Eppure… eppure un pensiero mi attraversa veloce e mi fa sorridere: tutte le Grandi Anime che conosco sono passate, almeno una volta, per un sentiero doloroso che le ha portate ad essere ciò che sono oggi.
Se io, Rino ed Elena suscitiamo ammirazione nelle persone che incontriamo e apprezzano il nostro affetto reciproco, lo dobbiamo in gran parte ai nostri genitori.
Il loro odio ci ha insegnato ade Amare. Il più possibile.

Baciuz. Simona 




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